Cancro, che business!

Stavo trafficando tra giornali vecchi quando sono stato attirato da una grafica attraente ma con un titolo da folli: “Quanto ancora ci potremo permettere di curare i tumori?”

Mi ha fatto venire in mente quando poco tempo fa ho letto della situazione della sanità in Grecia nel 2013 dove, per via dei debiti contratti con le multinazionali del farmaco, non sono normalmente reperibili i farmaci generici per la cura delle patologie anche gravi come il diabete ed i tumori. Vedi QUI. Sono passati quattro anni e non mi pare che la situazione sia migliorata, anzi:

I tagli dell’Europa uccidono la Grecia: «Io neurochirurgo non posso operare i malati di tumore»

«Non abbiamo i soldi per i letti della terapia intensiva. La spesa sanitaria è scesa di oltre il 60%. Carenze così marcate hanno un costo in vite umane». Lo stipendio del dottore è di meno di 2000 euro al mese, 700 il salario degli infermieri

Fonte corriere.it

 Quello che diamo da mangiare ai nostri pazienti è il peggio del peggio, Berrino.jpegA leggere tali asserzioni passa il pensiero di trovarsi in un mondo di folli; come, mancano i soldi per curare? Certo che è un mondo di folli quello che dà in mano a dei privati, senza scrupoli per altro, la produzione di farmaci. Va da se che essi che non avranno altra convenienza che quella di creare “clienti” con nuove malattie

Forse adesso comprendiamo meglio il legame tra banche, salute, guerre indotte e fomentate… e noi e i nostri soldi. Diamo da mangiare a loro e loro, consapevoli certo più di noi, accollano indirettamente a noi stessi la responsabilità di tutto ciò perché, se volessimo, potremo cambiare tutto quanto solo togliendo loro la gestione del nostro denaro con il quale ci legano ai loro traffici. A loro, sia chiaro, interessa solo il nostro legame con le loro nefandezze e non il lucro. Parlo dei vertici naturalmente. Quando diverremo consapevoli di ciò avremo la piena responsabilità sulla gestione dei nostri soldi; usati male è come dare una pistola in mano ad un bambino… In questo blog cerchiamo sempre di dare risposte concrete e chiare in merito. E su questo legame abbiamo cercato di fare luce nella sezione “Spiritualità” che invitiamo ad approfondire.

Per ora leggiamoci l’articolo apparso nella rubrica “CorriereSalute”, l’inserto del quotidiano Il Corriere


C’è un effetto collaterale delle nuove terapie anticancro che Capsule DNA.jpggli americani chiamano «financial toxicity», tossicità finanziaria. La sua incidenza è maggiore negli Stati Uniti, ma non risparmia i Paesi europei, Italia compresa. Il problema è che gli antitumorali costano sempre di più e i pazienti rischiano di non avere più accesso alle cure. L’esplosione dei costi è anche dovuta ai nuovissimi immunomodulanti che vanno somministrati a tutti e per sempre, perché non si possono ancora selezionare i pazienti a differenza delle targeted therapy (cioè dei farmaci a bersaglio molecolare, costosi sì, ma che sono prescritti in maniera mirata in base alle caratteristiche genetiche del tumore e ai biomarcatori). Un anno di terapia con queste molecole, negli Usa, costa 100 mila dollari a paziente (circa 90 mila euro)…

Perché il prezzo è alto (ma non sempre è giustificato)

Diverso è il discorso per i Paesi europei con sistemi sanitari pubblici, dove sono le istituzioni a contrattare il prezzo con le aziende e a decidere la rimborsabilità del farmaco. Le terapie sono, comunque, care: oggi curare un malato di cancro costa, in media, cinquantamila euro all’anno. Occorre, perciò, ripensare alle modalità di «pricing» cioè ai parametri attraverso i quali si decide il prezzo di un farmaco e ai correttivi per ridurne i costi. L’industria ha sempre sostenuto che il prezzo dipende dagli elevati investimenti in ricerca e ai fallimenti cui vanno incontro molte molecole prima di arrivare in clinica. Ma oggi sono entrati in gioco altri parametri: quanto, per esempio, un farmaco può far risparmiare su altri interventi terapeutici, quanto aumenta la sopravvivenza di un paziente e a quali condizioni per la qualità della vita. «C’è però un dato di fatto, certificato dai Report delle industrie farmaceutiche a livello mondiale — continua Conte —. Già dopo 18 mesi dall’immissione in commercio di un farmaco l’industria rientra dagli investimenti. Il resto è tutto guadagno».

Continua sul sito de il corriere.it

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