Intervista con una oss di un reparto Covid

A cura di Lidia

Siamo in un’epoca buia, in cui il nostro “cervello emotivo” è molto attivo. A me capita sovente che la mia pancia si accartocci come un origami accorciandomi il respiro e per riuscire a riallinearmi devo fermarmi, respirare profondamente, controllare il flusso di pensieri e ricordarmi il potere che posso esercitare sul mio stato interno.
Nel mio stato esterno, allo stesso tempo, succedono innumerevoli cose, belle e brutte che si intervallano alla situazione globale.

Tra le varie cose che “accadono” (ed un motivo c’è sempre e comunque) vi è il fatto di incontrare tante persone, in parte conosciute nell’a.c. (“avanti covid”) e altre nel d.c. (“dopo covid”). Ogni incontro è prezioso, per quello che da sempre uno scambio umano può darci, e ciò che all’altra persona può offrire.

Ed è così che ho deciso di creare un momento, con una di queste belle persone che rimarrà anonima e che conosco già da diverso tempo e anche per il ruolo professionale che occupa, in cui ho chiesto delle cose per capire cosa succede là dove “noi comuni mortali” non possiamo recarci più che mai di questi tempi.
Stiamo parlando di un’assistente socio-sanitaria (OSS) che lavora in un reparto Covid.
Ecco dunque com’è andato il nostro dialogo.


Domanda: Potresti dirmi per favore il tuo ruolo professionale e per quanto tempo lo hai svolto?

Risposta: Sono un’assistente socio-sanitaria e lavoro da trentacinque anni in Strutture sia pubbliche che private. Attualmente lavoro in una Struttura pubblica (in un ospedale del nord Italia ndr).

Domanda: potresti spiegarmi brevemente in cosa consiste il tuo lavoro? E ti piace?

Risposta: Naturalmente dipende dal reparto, ho lavorato in geriatria, in ostetricia, in sala parto, ma non si tratta solo di prendersi cura a livello assistenziale e sanitario dei pazienti ma anche di offrire loro un supporto psicologico. Quest’ultima parte è molto importante perché per i pazienti ha molto significato il fatto di poter sentire che qualcuno si prende cura di loro e spesso non possono vedere i parenti e si sentono soli.
Mi piace molto il mio lavoro, soprattutto mi è piaciuto lavorare in ostetricia perché lì veramente lavori con la vita, a differenza di altri reparti dove il corpo è più compromesso.
Mi ricordo, ad esempio, un paziente di circa sessant’anni, che era affetto da un grave tumore alla gola. Nonostante fosse già ad uno stadio avanzato volle fare a tutti i costi la cura Di Bella e noi oss lo medicavamo regolarmente. Purtroppo non ce l’ha fatta, era troppo compromesso1, ma mi è rimasto sempre impresso per la sua determinazione e la forza di volontà.

Domanda: potresti dirmi com’è cambiato il tuo lavoro in quest’ultimo anno?

Risposta: Guarda, la prima cosa che mi viene da dire è il fatto di avere molto meno tempo per i pazienti. Ci hanno detto fin da subito di stare il meno possibile dentro il reparto covid e quindi quando arriva un paziente gli provi subito i parametri, compili la cartella e via ma tutta quella parte che dicevo prima del sostegno psicologico viene sacrificata. E stiamo parlando di pazienti che arrivano in reparto compromessi, spaventati, isolati dagli altri pazienti.
L’unico reparto che fa salire i parenti è l’ostetricia ma solo in sala parto. E poi tieni conto che a noi ci hanno praticamente comunicato dal mattino alla sera che il nostro reparto si sarebbe trasformato in reparto Covid senza nessuna preparazione. Ci hanno solo detto di sostarvi meno possibile e poi dopo di indossare la mascherina FFP2, stop. Quindi non è stato facile all’inizio.

Domanda: Eri spaventata da quello che stava succedendo? Vi siete ammalati in molti di voi operatori?

Risposta: Io non mi sono mai sentita spaventata, mai. Mi sono ammalata di covid e sono stata a casa dal 1 al 30 aprile. Durante la prima fase pochissimi di noi si sono ammalati, ma durante la seconda molti, tranne quelli che già avevano contratto il virus. Il reparto è stato aperto da marzo fino a fine aprile. Poi da giugno a settembre è stato chiuso e poi riaperto ad ottobre 2020.
Ricordo molto bene quando sono stata contagiata: c’era un paziente compromesso a livello respiratorio, gli era scesa la mascherina, l’ho abbracciato per sistemarlo meglio e ho respirato il suo respiro. Sono stata probabilmente imprudente ma ho fatto quello che il mio lavoro mi ha abituato a fare.
Sono poi stata a casa un mese. Il decorso seguito a casa, con tachipirina (la migliore strategia del ISS, ndr – leggi https://traterraecielo.live/2021/05/02/paracetamolo-e-vigile-attesa/). Avevo desaturazione, febbre oltre 40, sono stata isolata dai miei figli. Se dovevo andare in bagno, li avvisavo poi dopo disinfettavo e bevevo solo acqua. Poi quando ho iniziato a mangiare qualcosina ho capito che stava iniziando ad andare meglio. In una quindicina di giorni penso di aver perso cinque chili perché non riesci a mangiare. Il primo maggio 2020 ho iniziato a lavorare, quando eravamo ancora “sporchi” (il reparto era aperto).

Domanda: Credi che sia cambiato qualcosa durante il periodo in cui il reparto era chiuso?

Risposta: Da una parte ovviamente eravamo contenti ma ci avevano già anticipato che ci sarebbe stata una seconda ondata. Chiuso il reparto, sono stata in ostetricia fino a ottobre.

Domanda: C’è qualcosa di diverso rispetto a prima, anche se il reparto Covid è chiuso?

Risposta: E’ tutto diviso in “reparto pulito” e “reparto sporco” e tutto ciò che viene da quello sporco non può andare in quello pulito. E poi la mascherina, sempre. Quando entri in ostetricia, per esempio, devi fare un tampone 48 ore prima e la mamma che se è positiva può partorire solo in due stanze apposite, anche se non mi è mai successo di avere un madre positiva.
Quando poi è stato riaperto il reparto eravamo, diciamo, già abbastanza abituate alle manovre, anche se poi quello che è successo è che, a parte cinque di noi, le altre si sono tutte ammalate. Quindi chi non si è ammalata turni massacranti di 10-12 ore, protocolli severissimi: quando sei nella parte “sporca” non puoi andare in bagno, non puoi grattarti se hai prurito o spostarti la mascherina per respirare; entravi con una saturazione di 90/100 ed uscivi dopo qualche ora con una saturazione di 87.
Esci dal reparto affamata d’aria.

Domanda: veniamo al D.L. del 1° aprile. Vi è già capitato che vi fossero proposti altri vaccini in precedenza?

Risposta: ci hanno proposto il vaccino anti-influenzale già prima del Covid e non ho voluto farlo. Anni fa, poi, mi hanno obbligata a fare il vaccino per l’epatite-B sennò mi lasciavano a casa. Il medico competente di adesso mi ha addirittura consigliato la vaccinazione per la pertosse perché ha detto che potrebbe tornare, così come l’antitetanica che è scaduta e una sola dose per il Covid, avendolo contratto che però scade dopo 6/8 mesi e quindi devi rifarla.

Domanda: come hai reagito a queste proposte?

Risposta: l’anti-influenzale non ho voluto farlo perché ci sono mille ceppi e ho valutato non mi servisse, idem per la pertosse, avendo già fatto tutti le malattie esantematiche non l’ho ritenuto opportuno. Stessa cosa anche per il vaccino anti-Covid, da noi fanno l’AstraZeneca e non puoi scegliere. Alla mia caposala, che voleva fissarmi addirittura l’appuntamento le ho detto che non l’avrei fatto; al direttore, che mi ha successivamente convocato, ho detto che ci avrei pensato.
Dopo la pubblicazione del D.L. 44 del 1° aprile (leggi anche https://traterraecielo.live/2021/04/25/dl-44-non-esiste-obbligo-vaccino-covid-ne-scudo-penale/) nessuno mi ha chiesto più niente, anche se siamo circa un quarto del personale che non vuole farlo. Alcune colleghe hanno un po’ insistito proprio motivandolo con il fatto di tornare alla normalità e superare questa situazione. Ho provato a chiedere anche di poter utilizzare in sostituzione degli antivirali ma mi è stato detto che non sono ancora stati messi a disposizione. Io credo che tutti, sanitari o non, dovrebbero poter essere liberi di scegliere.

La vaccinazione è un’opportunità ma non può essere un obbligo.

Se vuoi vaccinarti devi essere libero di farlo ma per quindici giorni cerco di non starti vicino perché puoi trasmetterlo anche se in ospedale non te lo dicono, ti fanno solo prendere tachipirina prima e dopo. Ho visto colleghi stare male con tremori, svenimenti. Persone che stanno male, sviluppano il sintomi del Covid ed anche peggio con febbri, trombosi e via dicendo. In reparto è capitato più di una volta che sono stati fatti tamponi a nuovi pazienti, vaccinati due volte e sono risultati positivi.

Domanda: Conosci dei medici che sono contrari alla vaccinazione?

Risposta: si, ce ne sono e ci sono anche medici che hanno cercato di suggerire di fare un sierologico e un tampone per capire prima come stanno e sono stati ripresi.


Come in ogni situazione medica, varrebbe il principio “primum non nocere” (leggi anche https://traterraecielo.live/2021/04/06/primum-non-nocere/) e mi pare di capire che oltre a questo varrebbe la pena di ricordare il principio di precauzione, se non altro.

Ognuno, medico o no, dovrebbe avere tutte le informazioni e gli strumenti per valutare e decidere in libertà e coscienza ed invece ciò a cui stiamo oggi assistendo è l’avanzare di un progetto in cui s’è prima instillata la paura per poi offrire la panacea.

Ma si tratta davvero di una soluzione?

Note:
1 https://www.butac.it/riceviamo-e-volentieri-pubblichiamo-una-testimonianza-sul-metodo-di-bella/ – In questo post con il paravento della privacy l’autore cita una lettera anonima che potrebbe essersi tranquillamente mandato da solo, ma diamo il beneficio del dubbio così come voi lettorisperiamo lo darete a noi con la nostra OSS che è voluta restare anonima per ovvie questioni di opportunità, visto il clima di caccia alle streghe che alcuni sciagurati politically correct addicted vorrebbero instaurare. Argomenti così importanti non andrebbero trattati come “chiacchiere da bar”. Per contro, possiamo affermare che lo stesso Dottor Di Bella ha più volte dichiarato che “i miracoli li fa solo padreterno”, ma noi di Traterraecielo.live riportiamo nel seguente post una testimonianza certa e verificat, leggi Morire di paura e guarire dal cancro.

3 pensieri riguardo “Intervista con una oss di un reparto Covid

  1. Comprensibile l’anonimato dell’intervistata. Paradossale, però, bisogna dirlo. Essere costretti a non mostrarsi, come fecero i carbonari, fa comprendere come la storia sia un insieme di eventi circolari che scaturiscono, noiosi, da dentro l’animo umano a dal monotono Ego che vuole sempre trenere i fili del burattino uomo.
    Auguro alla OSS di portare avanti il suo sentire con coraggio e determinazione e, con essi, contagiare quante più persone possibili ;^)

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  2. Scusatemi ma questo raccontino in stile deamicis, mi lascia di stucco, la cara oss anonima , esegue il noto assurdo protocollo omicida made in iss/cts/speranza come se fosse una cosa ovvia,normale ,logica e inelluttabile ,non contenta lo segue lei stessa una volta contagiata?????????
    Roba da animali al macello.

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    1. Caro strologo di brozzi,
      capisco cosa intendi. Tuttavia inviterei a non cadere nella “trappola dell’odio” che ci porta sempre ad additare il prossimo e le sue scelte e comportamenti come nemico da combattere in quanto altro diverso da noi.
      Le vicende narrate si sono svolte nei primi mesi dell’anno scorso e nonostante ci fossero già diverse informazioni in merito a cure diverse da quelle indicate dall’ISS, esse erano ancora appannaggio di pochi informati che come sappiamo sono stati da subito attaccati come complottisti, negazionisti etc…
      Le informazioni non circolavano e le persone come tanti oss, infermieri e stessi medici erano rese cieche dal terrore mediatico e nella caotica confusione generale seguire le indicazioni, di quello che sarebbe dovuto essere l’organo direttore per eccellenza, sembrava essere la cosa più scontata da fare.
      Purtroppo oggi ci rendiamo sempre più conto che questa fiducia posta nelle istituzioni sanitarie è stata in gran parte malriposta, ma fortunatamente questa tendenza sta avendo un’inversione di marcia importante che noi altri dovremmo sostenere navigando compatti verso lidi più calmi e presenti per un profondo cambio di paradigma sociale.

      Mi hai fatto venire in mente un’interessante articolo di Stefano Re che parla della comunicazione che metto qui a beneficio di tutti:

      https://stefano.re/la-comunicazione-assertiva/ “ogni tipo di messaggio ricade in una di queste tre categorie: aggressivo, passivo o assertivo. I messaggi possono venire suddivisi in queste tre tipologie in base al contenuto, al contesto, al tono, alla prossemica, ad altri segnali non verbali…”

      In questo periodo abbiamo bisogno di investire tanto nella comunicazione in modo da offrire al prossimo una possibilità di rivalutare il mondo che ci circonda con occhi diversi da quelli annebbiati con cui fino ad oggi lo abbiamo visto.

      Grazie 🙂

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