Hai paura di morire?

A cura di Andrea Pilati

È una domanda che spesso mi viene alla mente, ci rifletto spesso. È una domanda alla quale una persona mi ha dato una risposta, anche se la domanda stessa andrebbe posta in altri termini… Qual è l’opposto di morire? “Nascere” fu la risposta di quella persona. Allora, cos’è “vivere“? Si potrebbe dire che è “esistere” ma anche questa affermazione risulta riduttiva, mancante di una parte indispensabile.

Niente è per caso e la risposta arrivò durante un convegno a Torino, di qualche anno fa: “Noi definiamo vita tutto ciò che è in movimento“. Se ne deduce che tutto ciò che non si muove è “non vita“; in fisica è paragonabile allo zero Kelvin o zero assoluto. Come possiamo notare c’è sempre un paragone tra la filosofia e la scienza, dove una supporta l’altra, e le due si comprovano vicendevolmente. Con lo stesso paragone possiamo affermare che qualsiasi cellula che decida di non reagire è in antitesi alla richiesta di movimento da parte dell’Universo ed è a rischio apoptosi, in quanto non più utile al sistema evolutivo. Allo stesso modo, paragonando ogni singolo individuo a una cellula del macro corpo “pianeta Terra”, colui che decida di non muoversi o di agire per il minimo sforzo è in antitesi con la vita e si trasforma in un morto che cammina. Queste riflessioni mi hanno messo in una condizione di calma reattiva, e reso conscio che ogni minuto che passa in modo infruttuoso è tempo ed occasioni perdute e l’Universo agisce di conseguenza.

Alla luce di queste riflessioni, a prologo di quanto segue, si pone sopra a tutto una domanda, anzi, LA domanda: “cosa ci faccio qui?“. Avrebbe senso, quindi, permanere nel corpo un tempo indefinito se non abbiamo trovato una risposta?

E, ora, alla luce di quanto esposto, mettiamoci comodi, e andiamo ad ascoltare questo breve intervento a Montecitorio a riguardo dell’essere umano ed il futuro che lo attenderebbe.

Questo è il discorso che un ateo ha fatto, parlando, in fondo, di se stesso, senza prendere in considerazione che una tale tecnologia transumana può solo essere appannaggio di persone mitomani. E c’è da chiedersi come si possa essere atei quando si è mitomani, quando ci si crede Dio? Alla luce delle questioni sopra esposte, che senso ha prolungare l’esistenza di un corpo, se colui che lo abita non comprende il senso del suo essere in questa dimensione? E se, ad un certo punto, si accorgesse che questa dimensione, altro non è che una esigua parzialità del Tutto e il suo corpo il suo carcere? E ora, dopo avere ascoltato l’intervento, quale potrebbe essere il fine reale di tale approccio futurista? Sarà, per caso, la paura della morte per come la immaginiamo? Ma la conosciamo, in fondo? Quale recondita paura domina questo specifico aspetto dell’esistenza terrena? Sarà, per caso, il timore di affrontare un giudizio inappellabile giudicato dalla propria Coscienza, una volta libera dal limite del fisico?

Questa era la nostra visione della vita una volta lasciato la terza dimensione, quando vivevamo il tempo della civiltà egizia. Da allora abbiamo acquistato o perso conoscenza?

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