Tracce di alieni sulla Terra

Prefazione di Andrea Pilati

A forza di film di fantascienza la moderna comunicazione multimediale ci ha abituato a riconoscere gli alieni come esseri che giungono a noi attraverso i cieli su astronavi di ogni forma, e anch’essi con corpi di ogni forma e colore: dai Grigi con testa grande ed occhi neri a mandorla, agli squamosi Rettiliani dagli occhi di rettile, ai biondi e bellissimi Pleiadiani.

Ma possono esserci alternative che non abbiamo considerato, perdute nei meandri della nostra labile memoria a breve termine. La logica e l’intuito ci dicono che non occorre guardare solo dove indica il dito altrui ma volgendo lo sguardo altrove si possono scorgere luci diverse sotto le quali vedere le cose da un’altra prospettiva. Le leggende, i racconti popolari, sono come scavi archeologici che portano al presente antiche reminiscenze di palpabili realtà, come uno strano monolito trovato dove non dovrebbe essere, inconfutabile prova che qualcosa non torna, qualcosa non detto, forse per stimolare l’emozione della ricerca. Quello che sono stati (e che sono tutt’ora) i racconti popolari richiamano in noi risonanze che ci suonano armoniche; se poi ad esse uniamo anche prove storiche possiamo comprendere che vi sia di più oltre la semplice fantasia e che il racconto non sia altro che un resoconto. Ma per accettarlo e comprenderlo occorre tornare bambini con la mente ed il cuore. Solo così prenderà il giusto sapore.

Così, con questa prefazione, voglio introdurre l’ammirevole ricerca di una nostra amica, Anima inquieta in sintonia, per la stesura di questa ricerca a metà tra il giornalismo ed il mito.

Buona lettura.


A cura di Susanna Destefanis

Il Popolo Perduto dalle dita Palmate

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Un’aria magica pervade la terra Biellese. Chiunque viva qui, in un modo o nell’altro, almeno una volta, è stato sfiorato dal mistero. Ci siamo abituati, lo respiriamo con l’aria delle nostre montagne e lo sentiamo nel silenzio delle nostre valli ancora caparbiamente selvagge …In questo silenzio si sentono, a volte, sussurri che suggeriscono un passato nascosto…Ci sono storie che si raccontano a mezza voce, quasi distrattamente, avendo cura di smentirle subito o almeno di stemperarle con qualche battuta di spirito che, di fatto, le relega nel cassetto rassicurante delle leggende. Eppure, alcune storie non possono tacere ed esse stesse fanno in modo di trovare qualcuno che le racconti… Questa storia è un frammento, il tassello di un rompicapo, che ha vagato sospeso tra i ricordi della mia infanzia ed un giorno ha trovato, in un incastro perfetto, il quadro vasto e complicato a cui è sempre appartenuto.

Questa storia parla di un Popolo perduto e dimenticato, di una stirpe reietta, che porta su di se’ il marchio dell’infamia: il Segno di Caino. Parla dei Cagots.

Ebbi il primo contatto con i poveri Cagots, in un pomeriggio di primavera, ad una conferenza nemmeno troppo affollata, tenuta dalla Dott.sa Enrica Perrucchietti, nota scrittrice e giornalista, che nell’ambito di un approfondimento sulla figura di Caino, si è imbattuta nelle tracce di questo popolo e ne è rimasta affascinata. In breve, prendendo spunto dai suoi scritti, da quelli del Dott. Paolo Battistel e dalle fonti facilmente rintracciabili sul Web, ecco alcuni brevi cenni su questo popolo, ai quali si legheranno in seguito le mie personali ricerche.

I Cagots fanno la loro comparsa tra la Francia e la Spagna, nel XIII secolo, e le loro origini sono avvolte nel mistero. Forse il loro nome deriva da Cani dei Goti, cioè schiavi al seguito di quelle popolazioni, ma la distribuzione geografica di questa etnia non depone per questa ipotesi. Forse discendono dalle popolazioni moresche passate anche per quei luoghi, da qui l’appellativo con il quale venivano spesso apostrofati: i Saraceni…. Comunque, se la loro origine è incerta, alla fine il nome è tristemente semplice da derivare, e significa feccia, gentaglia. I Cagots, piccoli e dalla pelle scura, venivano trattati come Paria, come esseri inferiori e infetti. Erano relegati nelle zone più povere, fatiscenti e malsane dei villaggi, le cosiddette Cagoteries. Non potevano sedersi, mangiare o interloquire con la popolazione locale, dovevano annunciarsi con un campanaccio, portavano lunghe vesti a coprire i piedi, che non dovevano mostrare per nessun motivo… pare infatti che i loro piedi fossero palmati, inequivocabile segno demoniaco. Erano obbligati a portare cucito sul petto, il simbolo rosso della Zampa dell’Oca. Entravano nelle chiese da porte piccolissime a loro dedicate ed avevano acquasantiere apposta per loro… tutti particolari tuttora rintracciabili nei paesi dei Pirenei. Gli uomini lavoravano la pietra e i metalli, le donne erano per lo più levatrici.

 

Ma perché questa discriminazione? Si riteneva che fossero provenienti da una stirpe diversa, dalla stirpe di Caino e che pertanto dovessero portare su di sè il marchio di quell’infamia. Le notizie storiche su di loro sono esigue, infatti, durante i tumulti che seguirono la Rivoluzione Francese, furono essi stessi a distruggere, dandoli alle fiamme, tutti i documenti scritti che li riguardavano…. Nei secoli successivi essi si dispersero e forse in qualche modo si integrarono con la popolazione locale, anche se, nei Paesi Baschi e in alcune zone della Francia, esistono ancora lontani discendenti. Ma in quelle zone i Cagots sono ancora un tabù e parlarne è considerato disdicevole.

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La piccola porta laterale di una chiesa da cui entravano i cagots

I Cagots furono oggetto di un rinnovato interesse durante il periodo Nazista. Infatti, uno studioso del Terzo Reich, Otto Rahn, si recò sui Pirenei per indagare su di loro, convinto che essi fossero discendenti dei Catari e portassero una linea di sangue diversa, La linea di Caino. Furono fatti esperimenti e ricerche, ma questa è un’altra storia che forse si potrà approfondire in seguito….

Mentre ascoltavo questo racconto di antica crudeltà, sono stata folgorata da un ricordo di infanzia, che mi ha indotto a proseguire la ricerca su questo sfortunato popolo, proprio nell’ambito della mia famiglia.

Mi è tornato in mente che il patrigno di mio padre, Nonno Ercole classe 1925, rude e riservato muratore di Graglia, soleva raccontare a me e a mio fratello la storia dei misteriosi “Saraceni”, che in un tempo antichissimo, abitavano nei pressi di Graglia e di Netro.

Ho raccolto quindi testimonianze più dettagliate, che condivido qui per la prima volta. Purtroppo si tratta di tradizioni tramandate oralmente, quasi sottovoce, e solo gli anziani del paese le conoscono. Ma spero di poter proseguire con le indagini, in modo da supportare con qualcosa di più concreto le mie conclusioni.

Dai racconti del Nonno, ho appreso che in un periodo storico non meglio identificato, un gruppo di persone estranee si insediarono nei territori tra Graglia e Netro. Essi erano piccoli, scuri e parlavano poco e in una lingua sconosciuta. La popolazione locali soleva chiamarli “Saraceni” ed ecco i primi punti di contatto con i nostri Cagots. Questi saraceni avevano mani e piedi palmati (particolare sul quale il nonno ricordo che insisteva molto) e amavano vivere in grotte nel folto dei boschi. Non erano aggressivi, ma schivi e non interagivano mai con la popolazione locale.

I Saraceni lavoravano con maestria la pietra ed i metalli. Altro punto di contatto. Pare che, sotto la statua dell’Alpino situata nella piazza principale di Graglia, I saraceni/Cagots abbiano scavato una galleria nella roccia, che dal paese portava dritto fino al borgo di Bagneri…. Forse una via di fuga. Non è tutto. Pare che abbiano costruito la roggia cosiddetta della Janca, che da Bagneri scende fino a paese.

Questa abilità nel lavorare la pietra si sposa molto bene con la teoria che vuole i Cagots, depositari dell’arte della muratoria, con le sue leggi e i suoi segreti… la loro lingua segreta potrebbe essere l’Ar-go … impossibile non cogliere l’assonanza con Ca-go….

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Netro, Roc delle fate, con il peculiare profilo umano. Il racconto indica questo come il luogo di rifugio dei Pe’ d’oca

A Netro invece, si racconta la leggenda del Pè d’Oca, misteriosa popolazione che in un tempo antichissimo, pareva essersi insediata presso il “Roc delle Fate”. Si narra che un contadino, per ingraziarsi i nuovi arrivati, offrì loro in dono la verdura del suo orto. Essi ricambiarono con un sacchetto d’oro. La voce di quella fortuna inaspettata si sparse velocemente, e così in breve tempo tutti i contadini del villaggio vollero omaggiare i Pè d’Oca con frutta e verdura fresca. I Pè d’Oca, dal canto loro, si mostrarono assai generosi con tutti, e promisero che avrebbero rivelato ai Netresi dove si trovava quella miniera segreta. Gli abitanti del Villaggio organizzarono quindi una festa per i loro vicini. I Netresi erano però, rosi dalla curiosità: perché quel popolo gentile e misterioso, si aggirava sempre con vesti lunghissime? Per trovare una riposta a questa domanda, durante i festeggiamenti, fecero in modo di allagare la piazza del paese. Gli ospiti sollevarono così le loro tuniche, ed i netresi poterono così scoprire il loro segreto: essi avevano al posto dei piedi, grandi zampe palmate….. Offesi ed umiliati i Pe’d’Oca scomparvero nel nulla, senza rivelare a nessuno il luogo in cui si trovava la favolosa miniera.

 

A Netro invece, si racconta la leggenda del Pè d’Oca, misteriosa popolazione che in un tempo antichissimo, pareva essersi insediata presso il Roc delle Fate. Si narra che un contadino, per ingraziarsi i nuovi arrivati, offrì loro in dono la verdura del suo orto. Essi ricambiarono con un sacchetto d’oro. La voce di quella fortuna inaspettata si sparse velocemente, e così in breve tempo tutti i contadini del villaggio vollero omaggiare i Pè d’Oca con frutta e verdura fresca. I Pè d’Oca, dal canto loro, si mostrarono assai generosi con tutti, e promisero che avrebbero rivelato ai Netresi dove si trovava quella miniera segreta. Gli abitanti del Villaggio organizzarono quindi una festa per i loro vicini. I Netresi erano però, rosi dalla curiosità: perché quel popolo gentile e misterioso, si aggirava sempre con vesti lunghissime? Per trovare una riposta a questa domanda, durante i festeggiamenti, fecero in modo di allagare la piazza del paese. Gli ospiti sollevarono così le loro tuniche, ed i netresi poterono così scoprire il loro segreto: essi avevano al posto dei piedi, grandi zampe palmate….. Offesi ed umiliati i Pe’d’Oca scomparvero nel nulla, senza rivelare a nessuno il luogo in cui si trovava la favolosa miniera.

Le assonanze con i racconti di Graglia sono evidenti: un popolo misterioso compare dal nulla, lavora la pietra, estrae metalli e possiede i piedi palmati…..

Nessuno forse potrà mai dipanare questo mistero. Io personalmente credo, ma sono supposizioni, che qualche Cagots più intraprendente, nel desiderio di affrancarsi da un passato doloroso e mosso dalla speranza di garantirsi una sorte più propizia, abbia deciso di stabilirsi nelle nostre valli.

Qui i Cagonts, hanno messo in pratica ciò che di meglio sapevano fare, lavorare la pietra e il metallo… forse anche per ingraziarsi la popolazione locale. Credo che alla fine, le razze si siano mischiate, come spesso accade, senza grandi clamori, e che il tempo abbia fatto il resto, restituendo sotto forma di leggenda, una storia molto probabilmente vera.

Resta il mistero di questo popolo reietto, costretto all’isolamento e alla fuga, portatore di un marchio di infamia secondo alcuni, di una linea di sangue diversa e potente secondo altri. Forse, ancorche’ cattolici, essi praticavano alcuni riti precristiani riconducibili alle divinità sotterranee che si onoravano un tempo nella zona dei Pirenei. Forse questo li ha esposti alla condanna dei religiosi, ma allo stesso tempo ha alimentato la paura reverenziale nei confronti di tradizioni e miti non ancora assopiti nella memora popolare…..questo meriterebbe un approfondimento che spero di riuscire ad affrontare in futuro.

Al momento mi piace pensare di aver contribuito, con questo piccolo e modesto scritto, a ricordare questo piccolo popolo sofferente e silenzioso. Mi piace pensare che l’eco del passato arrivi nel tempo fino ad oggi e che le tradizioni vengano tramandate, affinchè le radici del nostro passato, rendano più stabile e sicuro il nostro futuro.

Sono felice infine, di aver ricordato mio nonno e di aver condiviso con voi questo ricordo.


Per approfondimenti

 “Il Sangue di Caino” di Enrica Perucchietti e Paolo Battistel edito da Terre Sommerse

I figli di Lucifero, il segreto perduto della stirpe dei Cagots” di Enrica Perucchietti e Paolo Battistel edito da l’Età dell’Acquario

Il marchio di Caino” (romanzo) Tom Knox edito da Longanesi

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