La storia dei mezzafaccia

Racconto a cura di Andrea Pilati

Vi era, sul pianeta, un paese grande quanto una intera nazione, popolato da persone che erano in tutto e per tutto simili a noi; tranne che per una cosa. Vi erano città e sobborghi, paesini collinari, montani e di pianura dove i torrenti, dall’alto, arrivavano, e divenivano fiumi e poi si gettavano a mare. I mezzafaccia comunicavano a stento e spesso si evitavano, come fossero pericolosi l’un l’altro. A meno che non si conoscessero, o meglio ancora, fossero parenti; ecco, allora si incontravano, ma stavano comunque distanti, quel tanto che basta, “la lunghezza di un braccio”, dicevano. Per precauzione, perché erano persone cagionevoli di salute. Non si salutavano come noi siamo abituati a fare, e quasi ci siamo pure scordati il perché ci stringiamo la mano, ma si guardavano e basta, accennando un cenno col capo. I più focosi si toccavano i gomiti a vicenda (non importava se il sinistro col destro, o viceversa, o gli stessi) ma non andavano oltre, anzi. Successe, infatti, che un giorno una bambina, all’uscita di scuola, si fosse lasciata andare al punto da abbracciare una compagna, gesto folle! Un gran urlo uscì dalla bocca della coetanea e tutti si spaventarono. Subito la madre della poveretta si gettò a soccorrere la figlia, fermandosi a debita distanza, a rimproverare la monella, rea di cotanto scandaloso, folle gesto. Una unità di intervento accorse in pochissimo tempo e disinfettò la malcapitata prima di caricarla, con tutte le attenzioni, sul mezzo di soccorso per le analisi del caso. “Tutto a posto” dissero. E tutti si tranquillizzarono; ma la piccola monella venne punita con la sospensione da scuola per una settimana. In quel paese ogni attività che contemplava una partecipazione sociale doveva essere messa in sicurezza prima di aprirla al pubblico; e per metterla in sicurezza bisognava che tutto fosse ben disinfettato, le barriere anti-avvicinamento ben fisse, i dispositivi di sanificazione individuale riforniti e facilmente accessibili. Anche se, spesso, molti dei partecipanti il sanificante preferivano portarselo da casa. Ma i partecipanti a queste manifestazioni, fossero raduni, cinema, piscine o ristoranti, non erano mai molti, proprio perché, essendo luoghi limitati, limitato era anche il numero di persone permesso, cosicché nessuno potesse avvicinarsi a meno di un braccio di distanza dal suo simile. Un po’ come succede con le galline da allevamento, anche se, circa lo spazio a loro dedicato, vi è, al contrario, un gioco al riavvicinamento. Per gli animali le cose erano diverse; a loro le persone si potevano avvicinare, li potevano toccare, accarezzare, farsi leccare. Alcuni i propri cani li tenevano al guinzaglio, perché avrebbero potuto essere pericolosi ma, paradossalmente, la museruola la portava il padrone. Sugli autobus si sedevano uno sì e uno no e, allora, c’era da chiedersi come mai li costruissero con tanti posti a sedere se ne utilizzavano solo la metà. Certo, era un paese strambo, quello, pieno di incongruenze e contraddizioni. Per esempio avevano anche loro le partite di calcio ma le disputavano in stadi enormi, completamente vuoti; e le regole, tra i calciatori, parevano sospese a partire dal fischio di inizio a quello di fine. In quel lasso di tempo si potevano abbracciare calorosamente e, magari, baciarsi sulla fronte quando uno di loro faceva goal. Erano partite riprese dalle emittenti Tv e trasmesse in tutte le case dove, invece, vigeva il rigore nel seguire pedissequamente la regola del “distanti quanto basta”. Portavano quella copertura da chissà quanto tempo, forse ci erano addirittura nati, così dicevano i vecchi. Ma era una memoria perduta nel tempo; fatto sta che era il loro sistema protettivo dato per assodato e nessuno più ci faceva caso. Se all’inizio era normato, con il tempo divenne normale e la norma scritta decadde. Quando si incontravano e si mettevano a parlare, il loro suono era stentoreo e soffocato, come mancante di vitalità e anche le urla erano soffocate, soprattutto per il fatto che la troppa pressione di aria emessa avrebbe provocato l’accidentale distacco della salvifica copertura e seminato il panico. Avevano anche una fisionomia differente da quella degli abitanti delle altre nazioni. Avevano le orecchie a sventola (e forse anche  questo era avvenuto col tempo) e questo non rendeva facile indossare la copertura di mezza faccia. Al ché, molti anni prima, era stato escogitato il sistema di allacciamento dietro la nuca, ma ciò aveva portato, col tempo, al formarsi di una visibile riga dovuta ai capelli mancanti proprio in quella zona dove passava il laccio. I mezzafaccia avevano perduto la voglia di svago, nonostante vi fossero le attività sportive, agonistiche e non. E vi fossero cinema, teatri, musei, palestre, piscine. Ma paradossalmente questi ultimi luoghi erano spesso chiusi, in via precauzionale. Tutto chiuso, eccetto i parchi… Ecco, i parchi, specie quelli con i giochi per bambini, erano considerati pericolosi per via del fatto che i bimbi ancora non avevano appreso a starsene distanti l’un l’altro e capitava spesso che cozzassero coll’amichetto appena scendevano dallo scivolo; cosicché le mamme, allertate e sempre pronte, intervenivano più veloce di un mezzo di soccorso a disinfettare la parte toccata con uno spray, gentilmente fornito dall’amministrazione pubblica e posto in appositi contenitori ai bordi dei parchi giochi, che erano giornalmente disinfettati una volta terminato il loro uso. Quello che mancava in quel paese bislacco erano i concerti; già, perché i concerti erano fatti di musica e la cosa creava problemi, perché proprio la musica suscitava nelle persone una sensazione di tranquillità che abbassava il livello di allerta, producendo una pericolosa condizione che attentava alla salute pubblica… Così si diceva. Si diceva anche che la musica stessa inducesse nella persona una contrazione dei muscoli facciali che i testi antichi chiamavano “sorriso”, ma non descrivevano come si producesse, ne che effetto facesse sulla salute perché la cosa si era perduta nel tempo; “o forse volutamente cancellata” dicevano gli sparuti eretici. Ma un giorno capitò da quelle parti un gruppo di individui nomadi, come da tempo non si erano visti. Quei forestieri entrarono in paese non notati, nonostante, questi, nulla facessero per nascondere la loro presenza. E nemmeno il fatto che questi avessero la faccia intera; ma andò così, come per uno scherzo del destino che a volte mette scompiglio nella organizzazione logica delle cose, creando quello che si chiama “imprevisto”. Cosicché quei tipi si trovarono, non so come, al centro del paese, nella via che porta alla piazza principale, affollata, quel giorno, di gente distanziata. Si misero in semi cerchio l’uno di fianco all’altro, creando anche un po’ di sospetto tra i presenti perché un po’ troppo vicini; quindi venne posta a terra, al centro del semicerchio, una cassettina per le offerte e poi uno di loro sussurrò un paio di suoni con la voce. E iniziarono a cantare… Il flusso di gente presente in quel posto restò sorpreso nel sentire quel suono così limpido e armonioso, e quel canto che attirava, come per Ulisse, le sirene. Le persone venivano irretite da quelle armonie e, senza comprendere perché, si avvicinarono al gruppetto cantante, facendo platea di fronte loro. C’era chi si muoveva dondolando, per lo più bambini, avvezzi al gioco, al lasciarsi andare; “Non troppo, però…” li redarguivano la madri; che però, si sentivano un po’ più propense ad allentare i lacci, immerse com’erano in quel contesto così inusuale. Alla fine la ciotola era piena e il pubblico applaudì il gruppetto corale con tanta foga che da tempo non si era più sentita. E si lasciarono andare a sorrisi, sempre più espressivi ed enfatici che i muscoli facciali si tesero al punto che gli elastici delle coperture saltarono uno dopo l’altro, facendo cadere in terra numerose stoffe colorate; “Machissenefrega…” commentarono un po’ tutti, e gli altri si fecero addirittura tolleranti verso ciò che fino a poco prima era considerato un abominio, un attentato alla salute pubblica, una mancanza di rispetto verso il prossimo. Eh, le vibrazioni della musica fanno miracoli e in questo espandersi di armonia ci si rende conto che anche i fiori crescono nonostante l’asfalto.

Come finì? Beh. non dipende dallo scrittore ma dalla immaginazione del lettore. Forse il gruppo corale se ne andò lasciando nel paese il ricordo di sé scritto sui libri di storia, oppure venne arrestato e costretto a conformarsi alle abitudini del luogo… Oppure la musica cambiò radicalmente le strane usanze del luogo…

Lo scrittore lascia al lettore il libero arbitrio di cambiare il proprio finale ma indicando che solo da una parte è possibile stare; in armonia o in disarmonia, in libertà o in prigionia, in tristezza o felicità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...