Cosa ci faccio qui…?

Guardo le cose dall’alto e mi sforzo di andare più in su, più in alto possibile per vedere meglio, completo, il campo di battaglia, i vari fronti nei quali avvengono gli attacchi, le manovre dietro le linee di avanguardia, gli obbiettivi… Poi comparo il tutto con il teatro, le varie comparse, gli attori principali, il protagonista del momento, le prime donne, i ballerini, i comici, i giullari… e poi gli attrezzisti, gli operatori di palco, gli addetti ai camerini, alle pulizie, fino al presentatore; e scoprire poi chi è il Regista. Ma senza dimenticare lui, il pezzo più importante: il pubblico, colui che vive le emozioni trasmesse dal palco, le fa sue, tanto si immedesima in ciò che vede, credendo sia la realtà.

Di solito va in scena una tragedia perché vende di più, la platea si assiepa, così come i loggioni. Si accalcano quasi, i biglietti vanno a ruba, non importa il prezzo. E il pubblico piange, si dispera, si straccia le vesti, urla “Nooo, nooo…”. E poi si abbraccia, sorride, che tutto è passato, fino alla prossima scena, prevista; e ancora più pathos si sparge in sala. Che bella la vita vissuta così, vissuta dagli altri guardati, da seduti, pop corn sulle ginocchia e lattina e cannuccia.

E poi osservo nuovamente, con l’occhio del giocatore di Risiko, il motivo del conflitto e noto che sempre il nemico è invisibile, un’entità astratta. A volte il denaro, a volte un virus, a volte una credenza religiosa. Gli uomini mai, mai che ci sia un colpevole reale e, se viene mostrato, non è il vero colpevole. Ma il fine è sempre lo stesso; distrarre, confondere e lasciare che il pubblico si identifichi e non pensi ad altro.

Ecco, così per me tutto ha un senso, tutta la macchina funziona. Anche la storia, scritta sui libri, sempre focalizzante sull’evento, la Shoah per esempio, o la Guerra fredda…

Poi mi sorge una domanda:

Ma cosa ci faccio qui? Già, cosa ci faccio? Ho scelto, anni fa, di lasciare il posto libero in sala, comodo, accogliente con la maschera di sala sempre pronta a soddisfare le esigenze “Ancora pop corn, signore? Gradisce altra birra?” e avventurarmi dietro le quinte a vedere quell’andirivieni di persone truccate, mai vere, mai sole, sempre distratte dalla tensione della parte da recitare, dal dare il meglio di sé per compiacere al Regista e ai suoi collaboratori. Berlicche e i vari Malacoda, potremmo chiamarli. Compiacere al Regista, mica al pubblico.

Il pubblico acclama e applaude i protagonisti del momento, gli attori ringraziano; e il Regista si rallegra che i suoi burattini si svaghino. Non gli importa il successo conclamato dalle folle, si tiene in disparte, meglio non apparire. Lui gode delle sofferenze e degli umori delle persone paganti (i tedesci esprimono molto bene questo concetto nel termine Schadenfreude, nda). Il teatro, daltronde, l’ha creato lui, su volere del pubblico.

Poi, di conseguenza, mi pongo la seconda domanda:

Cosa sono venuto a fare? Già, perchè se qualche anno fa ci si poteva fare queste domande in forma concettuale, oggi, invece, tali domande obbligano a una risposta che, in qualche modo, ci si sarebbe già dovuta dare a tempo debito perché da quest’anno in poi si tirano le somme del lavoro fatto su di sé, e chi non lo avesse ancora fatto dovrà correre come un leopardo per mettersi al passo.

È certo che le scelte scaturite da queste domande pongono l’inquieto d’animo nella condizione obbligata di distaccarsi dai mediocri e dagli ignavi, di sperimentare anche un senso di solitudine. Non ci si accontenta più, si vuole il meglio, la qualità degli esseri umani è la scelta imprescindibile, come lo è per sé stessi. O così dovrebbe essere…

Per cui il terzo passo, a questo punto, è inevitabile:

Come posso collaborare? Ecco, da quest’anno la richiesta universale a tutta l’umanità è prorpio questa: collaborare. L’energetica voce dell’Universo lo chiede per allinearci alla emanazione delle stelle, che ci spronano a diventare come loro.

Per le anime in evoluzione è arrivato il momento di esprimersi dando il meglio di sé, senza perdere tempo, ma sfruttare i minuti, sacrificare le ore di sonno se necessario, perché tutto sarà pesato alla fine del viaggio e tutti noi lo sappiamo. È per questo che molti sentono l’urgenza e pare abbiano fretta di concretizzare, arrivare al dunque. Questa nuova sensazione sminuisce e quasi annulla la paura della morte, del lasciare il corpo, come fosse stata già esperienza passata vite e vite fa, giacché di là si va con la cartellina degli atti compiuti. Della morte hanno paura solo coloro che sanno di avere la coscienza inascoltata e sanno, inconsciamente, che di là, alla richiesta dei fatti compiuti, a risposta negativa equivale conseguenza negativa. E non è come in questa realtà, ma molto peggio.

Cosa dite, ci diamo da fare?


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