Capitano, oh mio capitano! (lettera agli insegnanti)

A cura di Francesca Ghioldi

Ho passato anni, da quando sono diventata mamma, ad analizzare la strana popolazione degli insegnanti. Prima, quelli della scuola materna, tutti smancerie, urla e lavoretti, poi quelli delle elementari, tutti fintamente materni, poi quelli delle medie, già sulla strada della crisi di nervi quando tuo figlio/a non si decide a crescere; ed ora anche quelli delle superiori che, apriti o cielo, dovrebbero stimolare il “cucciolo d’uomo” a scoprire la sua identità. 

Ho passato anni a difenderli, difendere le loro fragilità ed incongruenze, sottolineando il fatto che anche loro erano degli esseri umani. Questo perché, avendo messo al mondo tre figli, non potevo permettermi di creare dissonanze che sarebbero andate a squilibrare rapporti già fragili. 

Pensavo, nella mia ingenuità, che la figura genitoriale e la figura dell’insegnante non dovessero collidere perché avrei creato smarrimento nelle giovani menti di coloro che ogni giorno dovevano confrontarsi direttamente ciascuno con la propria realtà scolastica

Ed ora mi sento tradita da quel popolo di insegnanti, perché non esistono più. 

Mio padre è stato  un insegnante, un ex sessantottino che adorava la sua professione, uno di quelli che sono in grado di insegnarti qualsiasi materia perché mettono l’entusiasmo in ciò che fanno e hanno il  piacere di stare con i ragazzi, perché comprendono quanta ricchezza si nasconda dietro quelle montagne di capelli,  i brufoli adolescenziali e l’abbigliamento così spesso inelegante, provocatorio ma molto originale, che nasconde un desiderio di identità. Chi ha conosciuto mio padre e chi lo ha avuto come professore si ricorda ancora la sua capacità rendere semplici concetti complessi, la capacità che aveva di trasmettere empatia ed anche l’ottima mira con i cancellini lanciati attraverso la classe, che servivano spesso a richiamare l’attenzione dei suoi allievi. 

Ovviamente mi rendo conto di poter apparire un po’ di parte nel descrivere la figura paterna, ma quello che ad oggi mi chiedo è come si sarebbe comportato nella situazione attuale, dove i ragazzi (allievi) subiscono passivamente costrizioni inutili, dannose e per certi versi anche ridicole. 

Come avrebbe agito il suo spirito anticonformista nel vedere i colleghi così proni alla nascita di questa dittatura che mette le scuole al pari dei nosocomi? 

Ovviamente non posso avere una risposta perché ormai lui non è più qui, ma mi piace pensare che si sarebbe ribellato. 

Nel mettere un tocco personale in queste mie riflessioni mi chiedo come fanno questi professori, che dovrebbero insegnare a tirare fuori il meglio  dai nostri ragazzi e collaborare alla loro educazione, a sottostare a regolamenti che impongono il distanziamento, l’imbavagliamento e la sanificazione? 

Come fanno queste persone a diventare disumane e preda delle loro ipocondrie perdendo ogni connessione con ciò che, fino a ieri, era il mondo dell’insegnamento in cui, invece di trasmettere la paura, dovevano insegnare ai ragazzi a volare in alto? È vero, non tutti gli insegnanti lo sono veramente ma il mio appello è per coloro che credono nella loro professione.

L’autrice con il Dott. Stefano Manera e la Dott.ssa Solange Hutter

Perché c’è chi ha avuto il coraggio di denunciare questo attentato alla cultura; è una gran donna, Solange Hutter, preside del complesso scolastico più importante della Costiera amalfitana, il Marini Gioia, (che riunisce liceo classico, liceo scientifico, liceo linguistico e istituto tecnico per il turismo). La vulcanica preside, ora in aspettativa per un anno, con un intervento chiaro e sincero alla Camera dei deputati, ha sviscerato i problemi di questa psicosi, che dagli ospedali é entrata nelle scuole, terrorizzando i ragazzini ai quali è passato il messaggio di poter essere pericolosi per i loro nonni…

Mi piace pensare a mio padre, che stringe la mano (l’ho fatto io al posto suo) di questa donna che ha deciso di esser coraggiosa e farsi portavoce di quel popolo di insegnanti che ad oggi vedo un po’ assopito in una pericolosa zona confort, troppo sicuri del fatto che i loro allievi non gli chiederanno il PERCHÉ, di questa loro mancanza di volontà ad unirsi ed agire. 

Chi ha apprezzato il film “L’attimo fuggente” e la figura del professor Keating, ricorderà la  scena in cui gli allievi salgono sui banchi di scuola (fortunatamente non a rotelle) e lo salutano con la famosa frase: “Capitano, oh mio capitano!”

Quella scena aveva un significato preciso ossia che il seme, seminato da quello stesso professore, stava germogliando nella coscienza dei suoi allievi, facendoli diventare degli uomini coraggiosi. 

È il tempo del coraggio dell’azione del cuore, e il tempo di scrivere la storia per poterla studiare più volentieri. 

Per Gandhi, la disobbedienza civile rappresentava la forma culminante di resistenza non-violenta; egli la definì “un diritto inviolabile di ogni cittadino”, e affermò che “rinunciare a questo diritto significa cessare di essere uomini”.

Insegnanti, svegliatevi da questo incubo e reagite!

7 pensieri riguardo “Capitano, oh mio capitano! (lettera agli insegnanti)

  1. Grazie Francesca per il tuo articolo, sono certa che se il tuo papà fosse qui ora farebbe parte dei professori eretici e non si adeguerebbe al massacro dei nostri ragazzi. Ricordo molto bene la scena del film l’attimo fuggente a cui ti riferisci e tutte le volte che la rivedo piango dalla gioia. La gioia che sento è proprio data dal coraggio che viene espressa così bene nel film da parte dei ragazzi che si alzano in piedi sui loro banchi. https://www.youtube.com/watch?v=jMCILXaQBcM

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  2. Professori eretici ci sono, ci siamo, cerchiamo di barcamenarci nell’assurdo quotidiano da sempre, figuriamoci adesso.
    La scuola è molto simile ad un sistema chiuso, e tante cose i ragazzi non le sanno. Io cerco di mostrare loro che liberi si può essere, e se sembra che non si possa, si deve combattere.
    Tutto quello che abbiamo ora, per poco che sia, ce lo siamo preso.
    Ormai sono vecchia ma non è uno svantaggio. Ho imparato a controllarmi.
    A lasciar capire senza insistere. Tanto insistendo otterrei l’effetto contrario.
    Se anche un nuovo pensiero nasce nella mente di qualcuno, un dubbio, un’idea nuova, quel giorno sento di aver fatto il mio lavoro.
    Nella situazione di adesso c’è solo un’idea fissa: il covid.
    Tutti pagheremo un conto, alla fine. E purtroppo lo pagheranno anche quelli che non c’entrano nulla…

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    1. Grazie anima silvae,
      il seme va piantato e se il terreno è fertile prima o poi germinerà.
      La verità invita, non impone mai.
      Alla fine tutti pagheremo qualcosa ma starà a ognuno di noi valutarne il costo.

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    2. Per come la vedo io ognuno deve pagare il giusto, per quanto crudele possa sembrare. Ma ognuno può anche guadagnarci, e molto, perché molta è la pressione emotiva e mentale e chi la sa gestire, sia insegnante che allievo, come genitore o figlio, ottiene elevati livelli di consapevolezza ed equilibrio. Doti non da poco e di alto valore. Questi individui si distingueranno e alcuni di loro faranno la storia. Gentile Anima Silvae, ciò che porta a scuola le fa onore.

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  3. Grazie, Anima Silvae mi emoziona condividere con lei questo desiderio
    di riscatto profondo mediato dalla saggezza e dalla pazienza imposta dall’esperienza.
    Fortunati i ragazzi che si confrontano con lei.

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  4. Proporrei agli insegnanti e alle persone che pensano diversamente da Anima Silvae l’ascolto di questa bella narrazione teatrale di Claudio Tomaello: “Liberi le fiabe e gli incantesimi del Covid”

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