La fine di Marchionne e la morte come inizio

E anche Marchionne, CEO di FCA, se ne va. Lode a colui che salvò la FIAT, delocalizzando in America, patria dei conquistadores dell’Europa del Sud del ’45 del ‘900, prediligendo l’italico suolo.

Ora la considerazione che mi viene da fare è bollabile di complottismo puro, di un atteggiamento che deve vedere sempre un risvolto oscuro in ogni avvenimento un tantino fuori dagli schemi.

Ma che uno venga ricoverato per una banale operazione alla spalla e dopo due mesi mi entra in coma irreversibile proprio non la bevo. Tanto più che è colui che era a capo dell’azienda automobilistica tra le più potenti al mondo. Forse non si voleva piegare ai lungimiranti obbiettivi di Altri più in alto? Questa considerazione ricorda tanto quella a riguardo della morte per cancro (di nuovo) del Presidente del Venezuela Hugo Chavez. Ma magari è un caso…

Propongo per esempio questo spunto su come Marchionne vedeva l’auto elettrica in FCA http://www.lastampa.it/2017/10/03/economia/marchionne-lauto-elettrica-un-arma-a-doppio-taglio-3sVTcrDpRzzRNOfcTJyZsJ/pagina.html

Inoltre a sostituire Marchionne ecco pronto il nuovo CEO, già impacchettato (da mesi?). E in tutta questa cornice non ci poteva che essere la ciliegina sulla torta di un John Philip Jacob Elkann in una accorata lettera ai dipendenti della quale qui di seguito uno stralcio:

“Care colleghe, cari colleghi, questa è senza dubbio la lettera più difficile che abbia mai scritto“: inizia così la lettera ai dipendenti Fca scritta da John Elkann. Perché nelle ore in cui il Cda prendeva atto dell’aggravarsi delle condizioni di salute diSergio Marchionne, il presidente ha deciso di comunicare ai propri “colleghi” i nuovi nomi alla guida di Fca e FerrariMike Manley e Luis Camilleri –  prima che la notizia fosse di dominio pubblico. Condizioni di salute, quelle di Marchionne, peggiorate a seguito di un intervento chirurgico e che “non gli permetteranno di rientrare in Fca”. Sono parole sentitecommosse quelle di Elkann che ricorda l’ormai ex amministratore delegato come il migliore “che si potesse desiderare”, oltre che “un vero e proprio mentore, un collega e un caro amico” e sottolinea come il suo arrivo sia capitato “in uno dei momenti più bui nella storia della Fiat ed è stato grazie al suo intelletto, alla sua perseveranza e alla sua leadership se siamo riusciti a salvare l’azienda”. (Fonte: www.ilfattoquotidiano.it)

Tengo a precisare che dietro a queste persone vi sono sempre curatori di immagine per cui mi prendo la licenza di pensare male facendo il classico peccato e affermando che difficilmente si arriva ai vertici aziendali utilizzando il cuore se non come muscolo cardiaco per pompare il sangue, e nulla più.

Marchionne è invece morente per cancro ai polmoni, da accanito fumatore che era.

E mi chiedo, e chiedo a te lettore: ma come ci sentiremmo se ad un passo dal lasciare il corpo altri si prendessero la briga di mentire per salvaguardare “i mercati”? Non è forse il metro della disumanizzazione estrema quella di mettere l’interesse personale di fronte a tutto? E prendo spunto da questa considerazione per estendere il concetto anche nell’ambito sociale. A disumanizzare qualsiasi persona basta poco; basta cedere all’egoismo e si diventa subito ricattabili, l’Anima venduta al diavolo, Io prima di tutto. E se per una volta riuscissimo a metterci al posto del nostro interlocutore, ascoltando in modo empatico, come se io fossi tu, valutando in anticipo se le mie parole sono frutto dell’ascolto delle esigenze dell’altro, se faranno danni o saranno ponti, oppure generate da una esigenza di sottomissione alle nostre necessità dominatrici?

Marchionne è morto oggi, ma è un morto come gli altri, e come gli altri affronterà il giudizio inappellabile del Sè, di fronte il quale la nostra Coscienza non potrà mentire. Di là, oltre il velo non ci sono mercati che influenzano, distorcono, limitano. Di là le nostre omissioni, le mancanze, i tradimenti, soprattutto verso se stessi, peseranno come macigni ed un senso di angoscia e dispiacere pervaderà il nostro animo, amplificato dalla sensazione palpabile di una condizione senza il tempo che di qua, si dice, cura le ferite. Forse perché le diluisce e le copre con il velo del passato.

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