Robot al posto nostro

A cura di Andrea Pilati

Iniziamo con questo articolo apparso sul quotidiano torinese nel lontano 2005, ben 12 anni fa, dove si pubblicizzava con enfasi l’avvento di nuove forme di vita, chiaramente disumana, ma a nostro servizio. E di quale servizi parlava? Servizi utili ad alleviarci le fatiche? Basta vedere quello che hanno mostrato all’Esposizione Universale di Nagoya: c’è “l’attroide”, al servizio dell’accoglienza, c’è il robot che sorride e trasmette empatia, il robot terzino per le partite di calcio e l’immancabile robot per fare sesso. Tutte funzioni indispensabili.

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Da lì in poi il silenzio, che più che silenzio era attesa. Un’attesa che era propedeutica all’accettazione da parte delle masse perché intontite da tutto ciò che sono problemi, distrazioni, preoccupazioni, di questa tecnologia che serve a tutto meno che ad agevolarci. Non perché la mia persona abbia qualcosa contro questi pezzi di metallo, circuiti stampati e siliconi ma per il fine per i quali sono stati creati. Una domanda ce la dobbiamo porre: perché costruire delle macchine così performanti ma anche così antropomorfe quando sarebbe stato più facile costruirli in maniera meno umana e più pratica?

Il motivo, anche se in forma “scherzosa”, ce lo dice lo stesso robot, Sophia. Ma anche nell’evidenza riusciremo a credere che sia solo una esternazione goliardica?

In questo articolo voglio portare a conoscenza l’ultima frontiera della nanotecnologia elettronica per renderci conto delle implicazioni e delle applicazioni di tale ricerca. Ci tengo a ribadire che quello che mostro è quello che ci permettono di trovare. Da qui in poi possiamo solo fare congetture, ma credo che qualsiasi cosa immaginiamo non sia poi tanto distante dalla realtà. Ce lo hanno mostrato anni addietro con i film come scritto nell’articolo Povero uomo presente in questo blog.

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Microchip Hitachi utilizzato per smart dust, polvere elettronica RFID dispersa nell’aria. Tramite aerei, magari?
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Microchip sotto cutaneo. Spazio all’immaginazione
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Sempre tecnologia Hitachi: biosensore sulla testa di un’ape da miele
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Microchip sotto cutanei; a cosa servono?

Oggi siamo “ufficialmente” arrivati qui. Ma ricordo che il fu Zbigniew Brzezinski nel suo libro del 1971 intitolato “Tra due età, il ruolo dell’America nell’era tecnotronica” aveva già magistralmente previsto tutto. Un visionario? Oppure tutto ciò già esisteva?

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