C’ è bisogno di una crisi. E l’incertezza ci salverà

Ho spesso sentito, in questo periodo, l’affermazione, ridondante ormai, riguardo il problema lavoro, soldi, futuro, figli…

“Certo, chi ha figli dovrebbe preoccuparsi per il loro futuro… Ma con il periodo lavorativo che stiamo passando come è possibile mettere da parte qualcosa per loro, un domani…?”

Lui si riferiva ai soldi, alla tradizione tutta italiana, come la pasta e la pizza, di mettere da parte, risparmiare, accantonare. Ma queste affermazioni portano in sé considerazioni importanti ed importanti implicazioni. Prima tra tutte quella della incertezza (Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia di doman non c’è certezza.). L’incertezza c’è comunque, anzi, a ragionarci bene, è sempre presente. Oggi ci sei, domani non ci sei… E poi ci facciamo belli con i versi del De Medici ma solo belli senza crederci, sebbene in noi risuonino come libertà. Non la libertà del  libertino ma la libertà dal giogo del perdere possesso, come se fosse esso stesso il potere nelle nostre mani. Invece sono le catene ai nostri polsi, e ce le siamo messe noi.

La vera ricchezza è la libertà dalla paura della mancanza.

I soldi servono, non dobbiamo esserne noi i servitori. Visto che, con il tempo e la nostra ignoranza, abbiamo permesso che altri se ne impadronissero, abbiamo ancora una via di uscita. Ossia il totale distacco.

Indonesia, distruzione tsunami.jpg
Indonesia, dopo lo tsunami

Ma a quanto pare, da indagini personali e dai fatti di cronaca, si è ancora molto distanti da tale concezione; occorre un’altra crisi, altra strada non vedo. Proviamo a parlare di domani a chi ha appena subito lo tsunami in Indonesia, o a chi abita ad Amatrice, o a quel che resta, oppure a coloro che vivono nei container a L’Aquila, o agli sfrattati con la casa all’asta, per giunta in modo fraudolento ed illecito (vedi il caso di Sergio Bramini e di Antonio Marocco), o agli imprenditori che non ce la fanno più a sopportare il peso dei debiti ed arrivano a tragici gesti

Spiace parlare di sofferenza a Natale, è un ossimoro, ma d’altronde lo stesso Jung affermava: “Non c’è presa di Coscienza senza sofferenza…” A meno che non si comprenda che la sofferenza esiste quando non c’è accettazione. Quando le cose che succedono le vediamo con il nostro limitato campo visivo, senza tenere conto che fanno parte di un quadro generale. E allora cerchiamo di porre rimedio a modo nostro, con le nostre congetture ed i nostri goffi modi di reazione, spesso e volentieri facendoci del male. Perché, in fondo, è lo stesso Male che alberga in noi a reagire, non la Luce della Coscienza. La sua voce è flebile quando lo stomaco è pieno.

Paradossale, appena abbiamo due soldi in più le nostre Coscienze subiscono un’assopimento tale che sconforta. La Coscienza dovrebbe rimanere attiva e sveglia a prescindere dalla condizione economica, e invece no. Qualcosa è successo, e lo sappiamo benissimo. Ci siamo lasciati vendere. Non è il denaro il vero problema ma la mercificazione delle nostre Anime. L’Anima/Coscienza non possiede; sperimenta, agisce per il suo scopo, è sempre assetata e mai si accontenta fino a che il suo motivo di essere qui non sia appagato.

Sul denaro messo da parte, naturalmente e rigorosamente in banca, ho dialogato proprio oggi con un signore distinto ed abbiamo appurato che il denaro non speso, risparmiato, rende povero chi lo possiede e ricca la banca che lo detiene.  Per chi questo denaro non lo spende, che differenza farebbe averlo o non averlo? A proposito ricordo una ridondante affermazione di mio padre “i soldi li tengo lì; come se non li avessi…”; a ben vedere tipica affermazione comune del tipico risparmiatore che accantonando e non facendo circolare rende poveri anche coloro che quel denaro non lo possono ricevere.

A ragione di ciò proviamo a metterci nei panni di un qualsiasi componente di una qualsiasi tribù. Proviamo a pensare se questo individuo si preoccupa della pensione, del domani, del competitivo futuro dei suoi figli? A vedere dai loro sorrisi credo proprio di no. E per esprimere questa loro condizione usano una semplice parola: UBUNTU

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