La domenica del referendum

A cura di Maria Palladino

“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”.

Mah! Sarà così? In fondo non siamo noi elettori che con il nostro voto decidiamo il destino della nazione? Il voto è una cosa seria, non c’è mica da scherzare!

Eppure, l’aforisma di Mark Twain mi si è stampato in mente e non riesco a togliermelo dalla testa. “Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”.

In una repubblica democratica come la nostra può accadere che il Presidente della Repubblica, per formare un governo, indichi una personalità diversa da chi ha vinto le elezioni. Succede, fa parte del gioco democratico. Certo, il voto del cittadino viene sminuito, ma insomma si è pur sempre nella democrazia…

Giù le mani dal saccoMa con i referendum invece è tutt’altra storia, il voto del cittadino decide, eccome se decide. Allora mi viene in mente il 1993, anno in cui i cittadini italiani, con voto quasi plebiscitario, hanno deciso di togliere il finanziamento pubblico ai partiti. Basta dare soldi ai partiti! E così è stato! O no?

Oppure penso a giugno del 1995, quando invece di andare al mare, milioni di italiani si recarono alle urne per votare 12 referendum, fra i quali uno che puntava alla privatizzazione della Rai. Superato il quorum, i Sì ottennero il 54,9 per cento. Gli italiani avevano cioè deciso di svincolare la Rai dal controllo parlamentare e di favorire l’ingresso di privati all’interno dell’azienda. Invece, come se niente fosse, nei mesi e negli anni successivi, il Parlamento si limitò a modificare più volte i criteri di scelta del Cda della Rai, e di privatizzazione non si parlò più.

Vabbè, andiamo più avanti, al 2011, quando ben 27 milioni di aventi diritto a votare, hanno stabilito che l’acqua può esser considerata un bene pubblico. O almeno, è ciò che hanno creduto di votare, perché, se andiamo a leggere il quesito del referendum dal titolo “modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica“:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art. 15 del decreto legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?” Oh no!C’è da uscirne pazzi, e alla fine si appone una croce, un segno, un simbolo, su quel “sì” (perché così è stato detto più volte) e si scappa dalla cabina elettorale, convinti di aver fatto il proprio dovere.

In realtà il quesito referendario non ha mai messo in discussione la privatizzazione dell’acqua (che era ed è rimasta un bene pubblico) ma le modalità di affidamento del servizio ed eventualmente la privatizzazione (completa o in parte) delle società che gestiscono il servizio.

Ma arriviamo ad oggi. Il 20 e 21 settembre gli italiani verranno chiamati ad esprimersi sul referendum confermativo riguardo la Riforma Costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Con questa riforma avremo una diminuzione dei parlamentari da 945 a 600, ed in cui verranno modificati gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione.

Ci dicono che il numero dei parlamentari sarebbe troppo alto, e che questi parlamentari ci costano troppo.

Eppure, gli stessi che vogliono fare la sforbiciata di 345 parlamentari sono le stesse persone che hanno nominato una task force di ben 450 membri, anche questi pagati a fior di denaro pubblico.

Sembrerebbe chiaro ciò che vogliono fare. Ridurre coloro che sono stati eletti democraticamente per sostituirli con una platea di tecnici non eletti da nessuno che obbediscono solo agli ordini di chi li ha collocati in quel posto! (una modalità di governo tecnico senza necessità di fare cadere quello eletto; astuti, non c’è che dire – n.d.r.)

Certo che il cervello umano è proprio un gran casino. A volte ronzano dentro pensieri a cui, in certi momenti, non si dà alcun valore. Mentre in altri prorompono e si dimenano dentro la testa. Vuoi vedere che dietro un aforisma, si nasconde una grande verità?

Ho il dubbio che anche stavolta le vere motivazioni del referendum non siano quelle tanto decantate, ma ben altre.

E gli italiani, andranno a votare?

Forse si recheranno alle urne. Qualcuno voterà “Si”, qualcun altro voterà “No”. O forse non andranno.

In fondo, se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare…O si?

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